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Presidente di Intesa Sanpaolo Innovation Center e vicepresidente CPD- Consulta per le Persone in Difficoltà

MAURIZIO MONTAGNESE

“Dobbiamo recuperare la tradizione di luoghi come l’Educatorio, dove la comunità si fa carico di bisogni reali, offrendo un sostegno concreto e solido nella consapevolezza che solo con le nuove generazioni potremo costruire una società migliore. Senza lasciare indietro nessuno”

Maurizio Montagnese è presidente di Intesa Sanpaolo Innovation Center, la realtà dedicata all’innovazione del Gruppo Intesa Sanpaolo che punta alla creazione di una nuova economia, startup e open innovation come fattori competitivi di sviluppo. Da sempre impegnato sul fronte della ricerca applicata, Intesa Sanpaolo Innovation Center sostiene tutti quei progetti che promuovono l’inclusione sociale e il miglioramento della vita delle persone con disabilità. Nasce da qui il progetto HPL – High Performance Learning, il Centro per l’inclusione e l’apprendimento ad alta performance tecnologica, sviluppato presso l’Educatorio della Provvidenza grazie alla collaborazione tra Associazione Diritti Negati e Consulta per le Persone in Difficoltà, di cui Maurizio Montagnese è vicepresidente, e con il sostegno della Regione Piemonte.

Che cosa significa per lei oggi inclusione?

Inclusione è una parola che non mi piace molto, perché rimanda all’esclusione: se ci focalizziamo sull’inclusione vuol dire che c’è qualcuno che resta escluso. Più che sull’inclusione dovremmo, invece, concentrarci sull’integrazione, perché esistono potenzialità davvero inespresse dal punto di vista dei più deboli. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al passaggio progressivo da un modello di welfare prevalentemente assistenzialistico a un modello generativo. Questo significa tenere conto delle capacità delle persone, come risorse nascoste che vanno trovate e valorizzate. È necessario capire che il nuovo welfare deve essere un welfare di comunità e ci si deve rendere conto che le capacità di ciascuno vanno tirate fuori e messe in campo nell’ambito della comunità locale. Nella scuola, a volte, gli insegnanti allontanano il problema: la preparazione è molto limitata e, quindi, si limita alla semplice gestione. Noi cerchiamo di fornire il supporto che possiamo, per esempio sostenendo progetti come HPL – High Performance Learning, il Centro per l’inclusione e l’apprendimento ad alta performance tecnologica che abbiamo contribuito a realizzare. Per me, parlare di inclusione significa parlare di un impegno quotidiano a porre le condizioni perché si possa superare l’esclusione.

In che rapporto possiamo mettere l’innovazione con il principio dell’inclusione?

L’innovazione è un fattore abilitante, un mezzo per realizzare progetti, per perseguire obiettivi. L’innovazione rende possibile il superamento di barriere grazie alla ricerca, alla sua verifica e poi applicazione alla vita della società di oggi, delle sue diverse comunità, della vita del singolo. Non penso di correre il rischio di fraintendimenti se aggiungo che l’innovazione deve, però, essere guidata e non si devono mai assecondare cambiamenti senza avere una visione di lungo periodo circa le implicazioni che ne possono derivare.

La transizione digitale che stiamo vivendo porterà maggiori o minori disuguaglianze?

I cambiamenti rappresentano sempre un rischio ma anche un’opportunità. Dobbiamo lavorare perché si realizzino nella forma di cambiamenti positivi. Questo vale in assoluto e vale, a maggior ragione, per la transizione digitale. Detto questo, non posso evitare di riconoscere che le disuguaglianze sono un tema vero in questo ambito. E non mi riferisco solo a quel che viene definito digital divide o al ritardo di aree e segmenti di popolazione, quanto piuttosto alla necessità di non sprecare potenzialità e opportunità che la transizione digitale porta con sé.

Si parla di umanesimo digitale per contrastare il rischio di un’esclusione legata alla velocità dell’innovazione. Come si può concretizzare?

Facendo riferimento all’inclusione, bisogna sempre stare attenti a evitare che si allarghi ulteriormente la forbice tra chi è capace e chi non è capace, anche in relazione all’uso dell’intelligenza artificiale. Sarà sempre l’uomo a dover scegliere sulla base delle risultanze che lo strumento gli mette a disposizione. L’obiettivo è fare in modo che gli strumenti ci aiutino ad arrivare a un ventaglio di scelte sempre più ampio, nell’ambito del quale, però, chi dovrà decidere sarà sempre l’essere umano. Per raggiungere il necessario punto di equilibrio tra l’uomo e le macchine è fondamentale il tema dell’ottimizzazione nel loro utilizzo.

La priorità per tutti deve consistere sempre nel difendere e affermare la centralità dell’uomo in una stagione contrassegnata da un cambiamento così veloce. E devo dire che le ragioni dell’ottimismo prevalgono su quelle del pessimismo. Per fare un esempio concreto, il progetto HPL- High Performance Learning, sviluppato presso l’Educatorio della Provvidenza grazie alla collaborazione tra Associazione Diritti Negati e Consulta per le Persone in Difficoltà, e con la partecipazione di Intesa Sanpaolo Innovation, è stata un’esperienza straordinaria per l’entusiasmo, la disponibilità e la curiosità che ha generato tra i ricercatori, che, come Intesa Sanpaolo Innovation Center, abbiamo messo a disposizione, e tutti i partecipanti.

Quali sono oggi i nuovi bisogni di inclusione a cui la comunità di Torino e non solo deve rispondere?

Torino ha una tradizione culturale che ha sempre guardato al sostegno dei più deboli, alla ricerca di soluzioni e di risposte concrete a domande impegnative per una società che possa dirsi inclusiva. Torino è la città dei “Santi Sociali”, da qui parte il mondo salesiano. Ma è anche la terra dell’immigrazione che risale al boom economico, alla fase di sviluppo della grande fabbrica. Una stagione difficile sotto alcuni punti di vista che, però, abbiamo saputo gestire e superare. I bisogni non sono molto cambiati nel tempo, però, più che di inclusione, oggi abbiamo bisogno di integrazione. I codici culturali non mancano, quello che manca, forse, è una visione d’insieme, un regista che possa mettere a fattor comune i tanti punti di forza che certamente esistono.

Secondo lei, la possibilità di costruire una società più coesa e competitiva per combattere le disuguaglianze parte dal basso?

Fino a un po’ di tempo fa, le istituzioni si facevano carico di sostenere la comunità, oggi questo impegno si è molto allentato. Norberto Bobbio sosteneva che la differenza tra una società progressista e una conservatrice sta nel fatto che la prima guarda alla comunità, mentre la società che guarda al singolo non ha nessun obiettivo di crescita e miglioramento. Dobbiamo recuperare la tradizione di luoghi come l’Educatorio, luoghi in cui la comunità si fa carico di bisogni reali, offrendo un sostegno concreto e solido nella consapevolezza che solo con le nuove generazioni possiamo costruire una società migliore. Senza lasciare indietro nessuno.