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PRESIDENTE NAZIONALE OPES APS

JURI MORICO

“La possibilità di mantenersi economicamente è il primo scalino da superare, lo zoccolo duro della dignità e della libertà. Veniamo da un lungo periodo in cui la globalizzazione ha prodotto grandi profitti per pochi e ridotto o svilito le possibilità di lavoro per tantissimi”

L’11 ottobre 2010 monsignor Cesare Nosiglia diventa Arcivescovo di Torino. Dal gennaio 2011 è Presidente della Conferenza episcopale del Piemonte e Valle d’Aosta e membro del Consiglio episcopale permanente della CEI. Nel 2012 apre il Sinodo dei giovani e nel 2015 promuove una ostensione della Sindone che sarà particolarmente caratterizzata per l’accoglienza e l’attenzione ai giovani. Altri giovani saranno invitati a Torino, da tutta Europa, per il raduno della Comunità ecumenica di Taizé. Nel 2017 pubblica la sua lettera pastorale “Maestro dove abiti?”, interamente dedicata alla pastorale giovanile, agli educatori e direttamente a tutti i giovani dell’arcidiocesi di Torino. Il 19 febbraio 2022 papa Francesco accoglie la sua rinuncia, presentata per raggiunti limiti di età, al governo pastorale dell’arcidiocesi di Torino di cui oggi è Arcivescovo Emerito.

Sappiamo che lei, nel corso del suo magistero di pastore nella città di Torino, ha sempre perseguito, sia con le sue omelie e le sue dichiarazioni pubbliche, sia con l’impegno diretto – basti citare la vicenda dei lavoratori della Embraco – l’obiettivo si sostenere i più deboli e favorirne l’inclusione, aiutandoli a superare l’isolamento, la solitudine sociale e l’emarginazione. Le chiediamo prima di tutto: che cosa significa per lei l’inclusione dei più deboli?

Quando ho parlato delle ‘due città’ che si trovano nella stessa Torino, quell’immagine è divenuta virale, ha avuto grande riscontro: forse perché corrisponde a una verità che è sotto gli occhi di tutti. Accanto a un gran numero di cittadini garantiti c’è (e sta crescendo) una quota di persone con pochi diritti, pochissime tutele, nessuna attenzione. L’inclusione che io ho cercato di affrontare riguardava e ancora riguarda il riconoscimento in essi di persone con diritti e giustizia, e non solo un’accoglienza di tipo assistenziale (anche se l’aiuto pronto e diretto per le necessità primarie è fuori discussione). Ho cercato di offrire esempi e lanciare segnali in questa direzione: il mio episcopio è diventato luogo di accoglienza – anche le stanze utilizzate dal Papa quando è venuto a Torino… Non pretendo che tutti gli abitanti di Torino facciano altrettanto ma chiedo che ogni persona sia accolta e considerata non un peso da sostenere ma un cittadino o una famiglia da riconoscere e apprezzare.

Può raccontarci quali esperienze di inclusione sociale da lei seguite nei suoi anni torinesi le risultano essere più significative?

Desidero ricordare uno degli incontri che avevo ad ogni Natale con gruppi di persone in difficoltà, in cui mi sono sentito dire: “Caro Vescovo Cesare, fai in modo che noi possiamo essere riconosciuti come persone che hanno qualcosa da dare per la nostra città e non solo che chiedono di ricevere”.

Ma ci sono altri episodi che mi sono rimasti impressi. Come quando ho chiesto alla città di accogliere gli immigrati chiedendo anche un aiuto economico: e un mattino mi sono trovato vicino al portone dell’episcopio un gruzzolo di monetine e un biglietto che diceva: “Caro Cesare siamo un gruppo di senza dimora e abbiamo raccolto un po’ di soldi rinunciando ai nostri per sostenere quello che tu ci hai invitato a fare a favore di tante persone prive di tutto e bisognose più di noi”. Io vi assicuro: mi sono commosso nel vedere che i poveri aiutavano altri più poveri di loro…

E ancora: ci fu quel ragazzo rom venuto a trovarmi in episcopio con la sua maestra. Mi disse: “Ti volevo parlare da uomo a uomo per dirti che non è vero che io sono sporco e maleducato, sono un ragazzo come gli altri e vado volentieri a scuola perché da grande desidero diventare un architetto perché voglio costruire tante case non solo per il mio popolo rom ma anche per tanti altri ragazzi poveri”.

Ecco: prima dei progetti, degli appelli, delle iniziative di promozione credo che l’inclusione cominci quando le persone vogliono davvero incontrarsi, quando si capisce che c’è un futuro solo se si è insieme.

Data la sua esperienza e capacità di attento conoscitore delle vicende umane e sociali che la città di Torino sta vivendo, quali sono i nuovi bisogni di inclusione a cui tutta la comunità civica deve rispondere e quali sono gli “attori” che hanno il compito di perseguirla?

Il primo passo verso l’inclusione è uno solo, sempre quello: il lavoro. La dignità di ogni persona è un valore assoluto, ma le condizioni di vita dipendono dall’insieme delle relazioni sociali, economiche, culturali. Se il lavoro non c’è, tutto diventa più difficile. Io ho un ricordo personale preciso, fin da quando ero bambino. Mio padre, operaio specializzato, perse il lavoro per una crisi della sua azienda, per diversi mesi abbiamo vissuto tutti con grande angoscia, nell’incertezza. Da allora ho capito quanto sia essenziale, sempre, dare priorità al lavoro. La possibilità di mantenersi è il primo scalino, lo zoccolo duro della dignità e della libertà. Invece veniamo da un lungo periodo in cui la globalizzazione ha prodotto grandi profitti per pochi, e ridotto o svilito le possibilità di lavoro per moltissimi.

 

Allargando l’orizzonte oltre ai confini della città di Torino, incertezza, fragilità umana e sociale, povertà conosciute e nuove si sono abbattute nella vita quotidiana di milioni e milioni di cittadini italiani. In base alla sua esperienza, cosa si dovrebbe fare per combatterle e superarle per offrire ai soggetti fragili una prospettiva per un futuro migliore per loro e per i loro figli?

Nel mio servizio come vescovo ho incontrato e seguito i problemi non solo dei lavoratori ma anche degli imprenditori, e dei lavoratori autonomi. Cambiano le ‘storie’, ma non la sostanza. Gli imprenditori, quelli consapevoli del ruolo sociale dell’impresa, capiscono bene il significato e il valore della dignità del lavoro. Molti hanno compiuto grossi sacrifici per salvare produzione e occupazione nelle loro aziende. Anche per questo nella diocesi di Torino è nato un Centro d’ascolto dedicato espressamente agli imprenditori. E poi c’è un problema di politica. Al di là del qualunquismo facile, che condanna a priori il mestiere della politica, ci sono problemi complessi di rappresentanza, di rapporti fra le istituzioni. Tante volte ho visto che il primo sforzo da compiere, l’impegno primario, è quello di sollecitare tutte le parti a lavorare insieme, confrontarsi, scambiarsi informazioni. Sembrerebbe la cosa più ovvia ma non è così: ogni comparto sembra essere geloso delle proprie competenze e delle informazioni in suo possesso, in questo modo la prima cosa difficile è costruire un quadro comune condiviso, una base di dati su cui tutti siamo d’accordo.

Un altro campo in cui occorre incentivare la collaborazione fra istituzioni, imprese, sindacato, mondi educativi è la valorizzazione delle eccellenze. Nel nostro territorio ci sono potenzialità enormi, nello stesso settore dell’automotive e in altri, ancora da valorizzare appieno. È qui che il lavorare insieme diventa decisivo.