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WECO impresa sociale s.r.l.

ANGELO PEREZ

“Per creare una società più giusta e inclusiva occorre sviluppare nuovi patti di collaborazione tra le tre componenti principali della nostra organizzazione:
il pubblico, il privato sociale e l’economia di mercato”

Angelo Perez, imprenditore sociale e project manager, con esperienza in molte cooperative sociali e realtà non profit a elevato impatto impegnate a sviluppare progetti complessi di protagonismo sociale e comunitario attraverso processi innovativi e inclusivi anche sui temi delle politiche del lavoro, ci racconta come sia possibile oggi creare occasioni di lavoro qualificato per le persone rispondendo al contempo anche ai bisogni produttivi delle aziende.

Cosa significa per lei il concetto di inclusione?

Se guardo alla mia esperienza, l’inclusione è un concetto che inquadra almeno tre aspetti principali della nostra società. Il primo, decisivo, ha a che fare con le condizioni che consentono la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla vita di comunità, al suo sistema di opportunità e di doveri. Questo significa che l’inclusione può verificarsi solo all’interno di una comunità partecipata. Un’altra dimensione da prendere seriamente in considerazione è il contrasto ai condizionamenti che derivano da vari contesti subculturali, ossia l’appartenenza di molte persone a sottoculture di cui si compongono i contesti urbani determinando dei gap potenziali di partenza. In questo ambito l’inclusione lavora in modo da rendere tali gap culturali recuperabili e non incolmabili. La terza accezione riguarda la possibilità di valorizzare le differenze, cioè di fare in modo che le differenze, anziché essere occasioni di conflitto sociale o di marginalizzazione, possano essere una leva positiva, un patrimonio con cui creare un tessuto sociale coeso, ricco e collaborativo.

Dal suo osservatorio professionale quali sono i nuovi bisogni di inclusione a cui dobbiamo rispondere? Può, inoltre, fare qualche esempio di esperienze di inclusione che ci può raccontare?

Negli ultimi anni il tema dell’accesso al bene primario della casa si è molto accentuato. Una questione che si è aggravata in seguito alla accelerata disgregazione o scomposizione dei nuclei familiari. Non è un mistero, infatti, che la non stabilità della famiglia porti come effetto la difficoltà ad accedere per tutti al “bene casa”. Altro grande tema degli ultimi anni è quello della cittadinanza digitale. La possibilità di accedere digitalmente alle varie opportunità, sia pubbliche che private, sta diventando un elemento di forte discriminazione. Poi ci sono le tematiche demografiche e in particolare l’invecchiamento della popolazione, dunque il rischio che gruppi sempre maggiori di persone anziane incontrino difficoltà nel poter provvedere al proprio autosostentamento materiale e relazionale. Un altro tema ancora è connesso al rischio di esclusione che molte donne patiscono nel mercato del lavoro, una condizione che di fatto le rende marginali nel proprio contesto sociale, oltre ad appesantirle di difficoltà legate alla possibilità di provvedere ai propri bisogni personali. Sarebbero necessarie iniziative, non solo pubbliche ma anche private legate alla responsabilità sociale delle imprese, che mettano al centro lo sviluppo delle potenzialità della componente femminile nel mercato del lavoro e nella società, così da evitare che molte donne diventino eccessivamente escluse dal contesto in cui vivono. Tutto questo inoltre concorre all’aumento del fenomeno della denatalità, uno dei mali enormi del nostro paese.

Ci racconta Weco?

Negli ultimi mesi abbiamo dato vita a una realtà chiamata Weco con cui vogliamo, in modo collaborativo, sviluppare modelli e pratiche economiche di innovazione sociale che chiamiamo “accezione plurale di impresa”. Lo sviluppo di innovazione sociale è il primo ambito entro cui vogliamo operare. Un altro è quello dell’accompagnamento alle organizzazioni: le pratiche, le competenze e le metodiche riferite all’innovazione sociale possono essere integrate dentro sistemi organizzativi che appartengono a ecosistemi locali complessi in cui ci sono più enti che si prefiggono l’obiettivo di una maggiore sostenibilità sociale.

Quali sono i soggetti principali ai quali vi rivolgete?

Non c’è una categoria specifica, ma degli ambiti prioritari su cui operiamo, primo dei quali è l’intervento rispetto alla realizzazione dei “progetti”. Poi abbiamo deciso di operare nei cosiddetti territori extraurbani: siamo infatti convinti che le aree urbane siano state interessate negli ultimi anni da iniziative di innovazione sociale molto apprezzabili, ma che lo stesso non è accaduto in altri contesti più periferici. È il momento giusto per farlo. Negli ultimi anni molte imprese stanno iniziando a mettere in campo e a produrre iniziative di innovazione sociale definite come nuovi fattori competitivi per lo sviluppo sociale ed economico dell’impresa stessa.

Ci può fare l’esempio di un progetto di inclusione sociale a cui state lavorando?

Stiamo realizzando una Academy a forte impatto sociale dal nome “Accademia della vigna” che ha un focus di impatto territoriale e sociale specifico consistente nel costituire un dispositivo, in partnership con alcune aziende vinicole, per rispondere al fabbisogno di manodopera specializzata, nel rispetto delle normative vigenti e dei principi di integrazione. Vogliamo, da un lato, creare occasioni di lavoro qualificato per le persone rispondendo anche ai bisogni concreti delle aziende che spesso non trovano sul mercato le competenze adatte alle loro esigenze produttive, dall’altro promuovere esperienze di responsabilità aziendale rispondendo a criteri di impatto sociale misurabili. Con questo esempio dimostriamo che la capacità di investimento e di iniziativa delle imprese è fondamentale per creare esperienze sostenibili sul territorio.

In che modo può oggi la società diventare più giusta e competitiva per combattere le disuguaglianze?

Non c’è una sola risposta. Una società che vuole progredire ed essere inclusiva deve avere prima di tutto una estrema capacità di investimento nell’educazione. Con educazione non mi riferisco solo alla scuola ma anche all’orientamento al lavoro che cambia. Dobbiamo fare in modo che i nostri ragazzi abbiano un’idea più chiara su come sviluppare una loro progettualità personale. Poi deve esserci un grande investimento sulla parte adulta della società: i lavoratori che non sono interessati a un aggiornamento continuo delle competenze rischiano la fuoriuscita dal mercato e scarse possibilità di rientro. Vorrei aggiungere che una società è davvero inclusiva solo se tutte le sue componenti produttive sono in grado ripensare i modelli di business in modo tale che, diversamente da adesso, siano in grado davvero di integrare e diventare sostenibili dal punto di vista sociale e non solo economico e ambientale.

Ultima considerazione: per creare una società più inclusiva occorre fare patti collaborativi tra le tre componenti principali della società, ossia la parte pubblica, il privato sociale e l’economia di mercato. Se questi tre elementi collaborassero, ognuno sviluppando le proprie capacità e le quote di responsabilità, sarebbero in grado di produrre una società davvero più inclusiva e uguale. E per questo più giusta.