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Giornalista e scrittore

DARWIN PASTORIN

“Bisognerebbe ritrovare una capacità di ascolto delle periferie. Quando sono abbandonate creano forme tremende di distacco dalla realtà, di rabbia e di disagio diventando lo specchio nascosto, ma non segreto, delle disuguaglianze.
Una società giusta conosce e riconosce il significato e il valore della periferia”

“Il calcio insegna a vincere e a perdere, a prendersi la responsabilità di calciare un rigore e a non demoralizzarsi quando lo sbagliamo”. Darwin Pastorin, figlio, nipote e pronipote di migranti veneti in Brasile, è stato redattore al Guerin Sportivo, inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore della redazione sportiva di Tele+, successivamente di Stream TV e nel settore Sport di SKY Italia, di La7 Sport e di Quartarete Tv. Editorialista de Il Manifesto, Diario della settimana, Amica, ha collaborato con La Stampa, Liberazione, l’Unità, Il Messaggero, Il Gazzettino di Venezia e numerosi settimanali e mensili. Scrive, ora, per Huffington Post, Ilcorsaronero, Il Mondo di Pannunzio, Torino Magazine e Nichelino Città. E ha pubblicato numerosi libri mettendo assieme calcio e letteratura: proprio per trasferire ai giovani il valore della cultura e della capacità di ascoltare, che le grandi storie sportive insegnano.

Cosa significa per lei il termine inclusione?

Significa far stare bene tutte le persone. È un tema che sento molto perché sono figlio, nipote e pronipote di migranti. La storia della mia famiglia è una storia di immigrazione, iniziata alla fine dell’Ottocento e proseguita con i miei genitori ragazzi nel Secondo dopoguerra. Ci siamo trovati, per fortuna, in una nazione che guardava agli altri con la forza dell’inclusione: quando siamo arrivati a São, infatti, nessuno ci ha fatto sentire stranieri. Essendo nato in Brasile, ho avuto da subito lo ius soli e sono diventato a tutti gli effetti un cittadino brasiliano. Quando i miei genitori sono tornati in Italia, ho ottenuto la cittadinanza italiana. L’essere da subito stato incluso nella comunità in cui vivevo e, fin da piccolo, aver preso distanza e provato fastidio per ogni tipo di razzismo ed esclusione, mi ha insegnato l’importanza dell’accoglienza e della solidarietà. Vorrei pensare al mio Paese così: capace di avere un senso vero e generoso dell’accoglienza. Spesso dimentichiamo che quando parliamo di chi “viene da fuori” parliamo di persone che hanno attraversato paesi e deserti e, spesso, hanno subito torture, violenze o ricatti. Chiudere i porti non è solo contro le regole del mare, ma sfregia le regole dell’umanità e del rispetto della vita altrui.

Dal punto di vista personale, può raccontarci alcune esperienze di inclusione?

rrivo da una formazione culturale e politica di sinistra accompagnata da un profondo rispetto per i messaggi del Vangelo: a una formazione cattolica classica si è aggiunto l’ascolto appassionato del capolavoro di De André “La Buona Novella” tratto dai Vangeli apocrifi. Durante il liceo, mettere insieme i Vangeli della tradizione cattolica con quelli apocrifi mi ha aiutato a capire la forza del loro messaggio: Gesù, prima di essere il figlio di Dio, è stato anche un uomo, generoso con gli umili, gli invisibili, i perdenti vestiti di sogno. Uno che sapeva ascoltare. Per questo credo che l’ascolto degli altri e dei loro bisogni costituisca il primo passo verso l’inclusione: San Paolo disse che le virtù teologali più facili da seguire sono le fede e la speranza, la carità invece prevede che uno debba mettersi le mani in tasca. Ogni italiano, soprattutto di una certa generazione, ha avuto sicuramente nella sua famiglia esperienza di qualcuno che è emigrato in cerca di un lavoro. Molti degli italiani che sono partiti hanno aiutato, con il sudore e il sacrificio, a costruire gli Stati Uniti, il Brasile, l’Australia…

Ma anche negli USA all’inizio del Novecento si potevano leggere articoli che intimavano a non frequentare i nostri connazionali, e lo stesso accadeva in Svizzera o in Belgio: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Ancora più assurdi erano certi cartelli appesi agli ingressi delle case a Torino: “Non si affitta ai meridionali”; persino la gente del nord si stava abituando a vedere l’altro, del sud, come un diverso. Per fortuna parliamo di casi isolati. Quando vivi in una situazione di disagio devi sempre trovare un “nemico“ da combattere, qualcuno a cui dare la colpa. Ma l’unico vero nemico sei tu che ti guardi allo specchio: e non provi vergogna. L’utopia che ho accarezzato per anni vedeva la costruzione di un mondo di uguali, una società che non conosceva la divisione in classi sociali ed economiche. Poi invecchiamo e i nostri ideali, purtroppo, svaniscono. Per questo dovremmo dare fiducia ai giovani. Perché solo loro vogliono cambiare il mondo. Esperienze di inclusione? Ho parlato di calcio e letteratura in carcere, a uomini e donne colpiti da disabilità, a persone provenienti da paesi stranieri e lontani. Sono state tutte esperienze importanti, soprattutto perché ogni volta capisci che non hai nulla da insegnare, ma tutto da imparare.

In che modo lo sport può essere uno strumento capace di diminuire le disuguaglianze e aumentare la coesione sociale?

Il calcio è per definizione uno sport popolare e, come diceva Sartre, una “metafora della vita”. Il calcio insegna a vincere e a perdere, a prendersi la responsabilità di calciare un rigore e a non demoralizzarsi quando lo sbagliamo. Occorrerebbe, però, tornare all’epoca romantica del calcio, quando si giocava solo per il divertimento e la sana voglia di vincere. Anche la divisione in ruoli è importante. Quando il numero delle maglie andava dall’1 all’11, quei numeri definivano i compiti: il 10 era un regista, un fantasista, il 9 il centravanti, quello deputato ai gol, il 6 era il libero che comandava la difesa. Il numero sulla maglia raccontava l’attitudine, il destino di un giocatore e le sue aspettative. Incontrando i ragazzi nelle scuole per raccontare storie di calcio e libri, ho scoperto che farli avvicinare alla letteratura attraverso il calcio era ed è facile: Guido Gozzano è stato uno dei primi tifosi della Juventus; Pier Paolo Pasolini del Bologna. Ci sono stati grandi autori che hanno fatto i portieri come Albert Camus o Vladimir Nabokov e molti altri scrittori hanno giocato a football o hanno scritto romanzi dedicati al pallone. Giovanni Arpino, sdoganando definitivamente il fatto che scrivere di calcio e sport rappresentasse, a tutti gli effetti, letteratura di serie A, nel 1977 pubblicò per Einaudi “Azzurro Tenebra”, un romanzo “dentro” il calcio. Poi ci sono degli insospettabili come Eugenio Montale, che sognava, metaforicamente e disperatamente, un universo dove nessuno avrebbe mai più fatto un gol, o Cesare Pavese, che nella sua opera più giovanile, parla di portieri. Nella mia esperienza, credo sia importantissimo potere sfruttare una passione come il calcio, che quasi tutti i ragazzi e le ragazze hanno, per arrivare alla grande letteratura e alla poesia. In fondo, fare sport e leggere sono attività inclusive per definizione. Ci fanno diventare persone migliori. Mio figlio si chiama Santiago per il vecchio pescatore narrato da Hemingway.

Saranno i giovani a combattere le disuguaglianze?

Lo dobbiamo fare tutti: i giovani sono naturalmente più sensibili, ma dobbiamo coinvolgere le persone di tutte le età. Insieme possiamo farcela!

Cosa serve per combattere la fragilità e la povertà e in che modo la società può essere più competitiva nel farlo?

La povertà oggi può toccare tutti. Nonostante la società abbia diminuito la povertà strutturale e storica, molte persone, non abituate ad avere paura del futuro, sono costrette a fare i conti con una realtà quotidiana che le pone di fronte all’idea stessa della miseria. Chi ha conosciuto la povertà ha la forza e la dignità per reagire, chi invece si trova di punto in bianco in questa condizione ha molte difficoltà anche solo ad accettarla. In primo luogo, bisognerebbe ritrovare, ripeto, una capacità di ascolto delle periferie: la politica lo promette sempre, ma poi non lo fa mai. Sarebbe importante, perché le periferie abbandonate creano forme tremende di distacco dalla realtà, di rabbia e di disagio. Le periferie sono lo specchio nascosto, ma non segreto, delle disuguaglianze. Una società giusta è una società che non conosce il significato di periferia. Un altro strumento fondamentale è quello della cultura: come è già stato detto da altri, la lettura e la letteratura salvano la vita. Io ho cominciato, grazie alle opere di Emilio Salgari, a crearmi un senso dell’immaginazione, della fantasia, dell’avventura, per poi arrivare ai grandi autori e alla forza e alla bellezza della poesia.
Insisto sul fatto che dobbiamo uscire dal mondo virtuale e tornare a capire la realtà, dando un nome al dolore degli altri e non pensare solo al nostro: questo è un esercizio utile, che si può fare solo camminando o prendendo i mezzi pubblici, dove vediamo e sentiamo di tutto. Poi bisogna continuare a inseguire l’utopia. E abbracciare il prossimo, che è nostro fratello.