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Direttore della Mostra internazionale
d’arte cinematografica di Venezia

ALBERTO BARBERA

“La potenza del cinema, la sua reale magia, risiede nella capacità immediata di creare una empatia naturale con il destino e le storie di personaggi che normalmente facciamo finta di non vedere”

Il cinema è stato nel Novecento lo strumento privilegiato per conoscere la realtà. E lo è ancora oggi, per la sua capacità di offrire una fotografia reale del mondo in cui viviamo e delle sue enormi contraddizioni, In tema di inclusione, però, accanto a meravigliose esperienze spontanee, si registrano spesso tentativi dogmatici di imporre una sintassi dell’inclusione ‘politicamente corretta’ che in alcuni casi diventa una gabbia censoria nei confronti della libertà d’espressione. Solo se lasciamo liberi registi e sceneggiatori di raccontare la realtà, il cinema potrà contribuire a cambiare le cose. Perché ogni progetto di inclusione può partire solo dalla conoscenza approfondita del reale. Esperto e critico cinematografico, Alberto Barbera è attualemente direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2019 è stato inserito da “Variety” fra le 500 persone più influenti al mondo dell’industria dello spettacolo. Dal 2020 fa parte dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences.

Cosa significa per lei il termine inclusione?

Una giusta battaglia di civiltà. Da troppo tempo le nostre società, multiple, diverse e spesso confuse, si sono abituate a erigere e a mantenere steccati di sterile conservazione che cercano di escludere intere fasce di popolazione dai privilegi dei salvati a scapito dei sommersi. Lo sono per molte ragioni che attengono alla diversità, alla paura, alla provenienza, alla povertà, all’appartenenza a minoranze non integrate o non accettate, e a limitazioni oggettive legate a condizioni fisiche e mentali. Siamo in una fase in cui per fortuna si tenta di rimediare a questi errori del passato, cercando di riequilibrare un sistema capace di restituire a tutti pari dignità e diritti. Riuscire a farlo con successo però è difficile. Mentre ci stiamo provando si ha l’impressione che il progredire della società e lo sviluppo della tecnologia alla fine finiscano per rendere tutti più diseguali. Questo è vero, la tecnologia, insieme a grandi pregi, ha anche dei forti limiti legati non solo alla impossibilità di accesso cui vanno incontro molte persone, ma anche alla mancanza di competenze e di formazione per poterla non solo usare, ma comprenderla. Questo non fa che accentuare le distanze e le differenze. Un esempio su tutti, il rapporto tra trasformazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e il lavoro. Possiamo dire in astratto che se vivessimo nel migliore dei mondi possibili e la tecnologia ci liberasse del peso e dalla necessità di lavorare saremmo tutti più felici. Dobbiamo arrenderci però di fronte all’evidenza che questo mondo non esiste. Resta da trovare un punto di equilibrio tra quanto la tecnologia può fare per alleviare e facilitare il carico di lavoro di tutti noi e la necessità di continuare a garantire a tutti la possibilità di lavorare, senza che la tecnologia si trasformi in uno strumento per espellere dal mondo del lavoro intere fasce di popolazione. Torniamo sempre ai sommersi e ai salvati.

Uno dei temi che meglio definisce la contemporaneità è il fenomeno migratorio, basti pensare a come il concetto di inclusione o esclusione sia stato capace di definire una differenza “artificiale” tra chi fugge dal suo paese perché sta morendo di caldo, di fame e di sete e chi fugge perché rischia di morire a causa di un conflitto. Quelli che emigrano a causa di una guerra sono percepiti come positivi e meritevoli di attenzione, quelli che emigrano a causa della siccità e della povertà diventano immigrati dannosi. Una differenza, questa, che è alla base di molte politiche pubbliche di inclusione, anche in Europa.
È chiaro che c’è ancora moltissimo da fare. Tutti i fenomeni di immigrazione aprono problemi e squilibri nuovi: viviamo in una dimensione di tale complessità che nessuna giustificazione, che tende a differenziare i bisogni, è possibile e accettabile. È come se la parola inclusione definisse una nuova mappa dell’accettabile nel nostro presente.

Se dovessimo definire il cinema nel suo rapporto con il concetto di inclusione, cosa potremmo dire?

Il cinema ha assunto l’imperativo dell’inclusione in maniera potente ma spesso strana e disomogenea. Mi spiego: se pensiamo soprattutto ai paesi occidentali, sono pochi quelli che non hanno fatto della battaglia per l’inclusione un vero e proprio manuale di comportamento, arrivando a forme estreme di linguaggio censorio che mi sembrano abbastanza discutibili. Basti pensare all’Academy Awards di Hollywood che ha modificato il regolamento per l’ammissione alle candidature dei film agli Oscar imponendo criteri estremamente rigidi, per non dire addirittura assurdi, destinati a far sì che ogni film debba contenere “per forza” un determinato numero di elementi che partecipano al processo progressivo di inclusione. Tutto questo, se da un lato è comprensibile perché rappresenta una spinta forte nei confronti di produttori, autori e registi a farsi carico del problema, dall’altro ha degli aspetti censori talvolta abnormi, paradossali e controproducenti che possono produrre delle rigidità capaci di intaccare la libertà di espressione e la natura stessa del processo creativo. In questo modo, l’inclusione rischia di diventare grottesca, forzata, paradossale, lontana dalla realtà e controproducente generando nello spettatore un sospetto di artificiosità e di rifiuto verso forme cosi estreme di controllo.

È come se il cinema cercasse di ricostruire una società ideale e politicamente corretta che non trova nessun riscontro nella realtà e che si rifugia nelle regole per non volere raccontare le contraddizioni e i paradossi del nostro tempo.

Sembra voler risolvere il problema in forma semplicistica prescindendo dalla costruzione di una coscienza e consapevolezza collettiva che è qualcosa di diverso dall’imposizione di un decalogo rigido e schematico. Quello che abbiamo imparato dalla storia è che una coscienza collettiva va costruita e non imposta. E il cinema, quando è lasciato libero, è uno strumento di comunicazione straordinario per parlare alla testa e al cuore di milioni di persone. Detto questo, riconosco che si tratta di un tema delicato e complesso e come tale deve essere affrontato.

Ci può consigliare la visione di alcuni titoli che hanno posto positivamente il tema dell’inclusione al centro della narrazione?

C’è una quantità enorme di film in cui il tema dell’inclusione si ritrova in forma spontanea, non dogmatica e tutt’altro che schematica. La sensibilità degli autori da sempre ha trattato il fenomeno dell’immigrazione, della disabilità, della diversità, della differenza di genere, delle disuguaglianze sociali, dei diritti civili. L’elenco sarebbe sterminato ed è per questo che dobbiamo lasciare liberi registi e sceneggiatori di esprimersi senza gabbie dogmatiche. La creatività è un valore che deve poter esprimere tutta la sua potenzialità. E lo deve fare superando le regole, non rispettandole.

L’inclusione, insomma è una bella sceneggiatura. Possiamo affermare che è sempre stato un bisogno del cinema dire che nel mondo c’è qualcosa che non va?

Il cinema è stato nel Novecento lo strumento privilegiato per conoscere la realtà, il mondo contemporaneo, la società, la storia, il futuro. Ancora oggi continua a essere uno strumento formidabile per darci il polso della situazione, per evidenziare i problemi e per sottolineare le criticità del nostro tempo. Anche nel cinema americano classico, dove l’happy end era una regola ferrea imposta dai produttori, in realtà scopriamo che se guardiamo con attenzione, spesso il finale non risolve le criticità del rapporto tra i personaggi e il concetto stesso di equilibrio tra inclusione ed esclusione, tra giusto e sbagliato, dimostrando ancora una volta che non sono le regole a cambiare il gioco ma è sempre e solo la sensibilità degli autori a definire il linguaggio e il significato visivo del nostro tempo.
Se dovessimo parlare di funzione sociale del cinema, potremmo dire che un film, a differenza di altre forme d’arte, è in grado di farci vedere con chiarezza spesso brutale le disuguaglianze che nella realtà di tutti i giorni noi non vediamo.
La forza del cinema è proprio quella di essere costantemente in presa diretta sulla realtà. Nel momento in cui una persona entra in una sala cinematografica o decide di guardare un film nel salotto di casa sua, accetta di essere messa di fronte a situazioni, a personaggi, a problemi di cui spesso non vuole sentire parlare nella sua vita quotidiana o che semplicemente ignora. La potenza del cinema, la sua magia, risiede proprio nella capacità immediata di creare una sorta di empatia naturale con il destino e le storie di personaggi che non conosciamo, che normalmente facciamo finta di non vedere, con i quali non vorremmo mai avere nulla a che fare. Questo intacca quella corazza di autodifesa che ciascuno di noi si costruisce. Il cinema serve proprio a incrinare questa corazza, a renderci più vulnerabili, disponibili e aperti, a prendere in considerazione che ci sono situazioni, persone, ambienti e storie lontani dalla nostra condizione. E che si tratta di situazioni, persone, ambienti e storie con cui potrebbe essere bello mescolarsi.