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Fondatore di Slow Food e Presidente della Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

CARLO PETRINI

“È proprio il cibo a richiamarci a una dimensione inclusiva della realtà. Quando affidiamo l’alimentazione al lavoro di persone che vengono da paesi lontani, è automatico e naturale che ci debba essere un processo di accoglienza nei loro confronti. Chi lavora la terra è sempre un nostro fratello”

Parlare di cibo e inclusione con Carlo Petrini significa definire uno degli aspetti fondamentali della nostra vita quotidiana: “La prima energia di cui ha bisogno l’uomo per vivere è il cibo. Il nostro tempo, caratterizzato dalla perdita di sostenibilità alimentare, sta creando un impatto disastroso sull’ambiente. Un impatto destinato a cambiare in peggio l’equilibrio del mondo. L’unica speranza che abbiamo è nella ritrovata consapevolezza delle nuove generazioni”.
Quindi è proprio da quello che mangiamo e dal protagonismo dei giovani, troppo spesso esclusi dal potere decisorio, che dobbiamo ripartire: “Il cibo è simbolo di accoglienza delle differenze. Attorno a lui si costruiscono le ragioni per stare bene insieme nelle comunità e grazie a lui si devono scrivere le nuove regole di convivenza di una società civile”.

Cosa significa per lei il termine inclusione?

Capacità di condividere: l’inclusione è coesione, collaborazione, empatia. In un momento drammatico come questo, “coesione” è una parola molto importante e decisiva a livello planetario perché definisce molto meglio di altre una delle azioni fondamentali per avviare e concludere un vero processo di pace, giusto e duraturo. E la pace inizia dal riconoscimento del lavoro e dall’accoglienza di tutte le differenze. Nel campo agricolo e alimentare spesso ci si avvale della collaborazione e del lavoro di comunità straniere, uomini e donne che vengono da molto lontano. Se queste pratiche non sono affiancate da un processo reale di inclusione, il rischio è quello di creare sfruttamento, caporalato, perdita di dignità, povertà, rabbia. Aggiungo che dare poco valore a un mestiere, quello della terra, che è sempre più decisivo per il nostro futuro e la nostra sostenibilità alimentare, significa dare poco valore a quello che mangiamo. È proprio il cibo, invece, a richiamarci a una dimensione inclusiva: quando noi affidiamo materie così delicate della nostra vita quotidiana, come l’alimentazione, all’opera di molte persone che vengono da paesi lontani, è automatico che ci debba essere un processo vero di accoglienza nei loro confronti. Chi lavora la terra è sempre un nostro fratello.

Si ha l’impressione che molte delle crisi che stiamo vivendo siano definite dal fatto che la nostra Terra Madre non riesce più ad accogliere i suoi figli: è come se in questo momento avessimo perso il significato dell’essere dentro e dell’essere fuori. Anche in Italia. Le chiedo, soprattutto in Italia?

Dobbiamo essere chiari e prenderci le nostre responsabilità. Difficilmente si può dire che un Paese come il nostro pratichi l’inclusione, dal momento che non ha ancora risolto il problema delle migliaia di giovani nati in Italia da famiglie di provenienza straniera. Stiamo parlando di ragazze e ragazzi cresciuti in Italia, che parlano italiano e condividono con i loro coetanei valori, cultura, linguaggio, desideri e gran parte della vita quotidiana e del tempo lavorativo. L’inclusione per loro non è mai avvenuta: quando non si riconosce la cittadinanza a donne e uomini che hanno vissuto tutto il loro processo formativo e relazionale in Italia non si ha alcun diritto di parlare di inclusione. Questo è un tema da dentro o fuori: parlarne senza risolvere questo vulnus significa solo prenderci in giro.

Dal suo osservatorio personale, in che modo i giovani oggi soffrono di un processo di esclusione?

Viviamo una crisi ambientale senza precedenti, usciamo da due anni di pandemia e ci ritroviamo coinvolti in una guerra che sta sconvolgendo la nostra quotidianità e le nostre certezze. Tutto questo mette in grave crisi il protagonismo dei giovani: le nuove generazioni sanno molto bene che saranno loro a pagare il conto più salato di questo disastro. E malgrado ciò non sono chiamate a esprimere il loro pensiero e a presentare le loro proposte. Non li ascoltiamo. Nasce quindi un processo profondo di demotivazione e di piattezza. Le nuove generazioni hanno sempre avuto l’idea di essere al mondo per poterlo cambiare. Per questo i giovani devono essere inclusi nella costruzione del futuro. Solo così una società potrà dirsi realmente civile. Altrimenti non ci sarà nessun futuro.

In che modo il cibo può diventare un motore di inclusività?

La prima energia di cui ha bisogno l’uomo per vivere è il cibo. L’alimentazione è il settore economico primario che mette insieme tutte le attività legate all’utilizzo delle risorse naturali e delle materie prime indispensabili per la vita di ogni essere umano. Lo sfruttamento, le coltivazioni intensive, la perdita di dignità del lavoro della terra e per la terra, hanno messo in crisi il nostro sistema alimentare e relazionale che oggi non funziona più. E la perdita di sostenibilità alimentare sta creando un impatto disastroso sull’ambiente destinato a cambiare in peggio l’equilibrio del mondo.

Lei ha preso parte ai lavori preliminari della “Laudato si’”, la prima enciclica di Papa Francesco. È rimasto sorpreso della richiesta del Papa di partecipare alla stesura dell’Enciclica?

Sono rimasto ovviamente molto sorpreso e onorato. E leggendolo nella sua stesura finale ho preso coscienza di quanto sia stato importante questo documento. L’elemento distintivo dell’Enciclica è il concetto di ecologia integrale che, in estrema sintesi, significa prendere atto che le sofferenze che noi tutti da troppo tempo stiamo arrecando all’ambiente riguardano anche la nostra vita quotidiana, presente e futura, nei suoi sviluppi più semplici e materiali. La mancanza di ecologia provoca disuguaglianze. La crisi climatica accentua la differenze tra ricchi e poveri. Rispettare l’ambiente significa rispettare la natura stessa dell’uomo. Il concetto di ecologia integrale è il contenuto più grande che Papa Francesco ha dato al pensiero ambientalista. Se leggiamo con attenzione la “Laudato si’” scopriamo in quelle pagine la consapevolezza che quella ambientale è la questione fondamentale della nostra storia di cittadini del mondo.

Il Piemonte è terra di inclusione?

In alcuni casi è stata una terra di inclusione, in altri no. Se guardiamo alle Langhe, la mia terra, il contributo positivo e indispensabile che hanno dato i migranti alla nostra agricoltura ha rappresentato una sorta di attestato di nuova cittadinanza. La terra unisce, è fratellanza, comunione. Dobbiamo essere coscienti, però, che questo rapporto lo creano solo le comunità di persone che si riconoscono nella tutela dell’identità di un territorio. Quando, tuttavia, nei processi produttivi entrano aspetti esclusivamente e strettamente economici e di mercato, allora si perde un tratto fondamentale dell’inclusione, il fatto di riconoscersi principalmente come persone. L’inclusione è prima di tutto umanità, che entra nelle nostre relazioni personali e collettive e ha una importanza fondamentale per definire i necessari cambiamenti sociali del nostro vivere quotidiano. Il cibo, ad esempio, è espressione fondamentale del meticciato, simbolo di accoglienza delle differenze. Attorno al cibo si costruiscono comunità di persone e si scrivono le nuove regole di convivenza di una società civile.

La guerra ha portato il grano di nuovo al centro delle emergenze economiche dell’umanità. Abbiamo scoperto che senza grano non si può vivere. A lei questa immagine che tipo di reazione ha suscitato?

Penso alla sofferenza di una parte di umanità che è totalmente dipendente da questa massa produttiva che il conflitto ha bloccato nei silos dei porti. La cronaca di questo tempo è la cronaca del nostro tempo. I conflitti generano ovunque povertà alimentare. Da più parti si auspica, come elemento distintivo della politica alimentare, il ragionare sulla sovranità alimentare di ogni comunità e paese. Questo non significa passare a forme di autarchia, bensì semplicemente rispettare il patrimonio produttivo di ogni singolo territorio, la loro biodiversità, e consegnarli alle generazioni future. Pochi paesi al mondo sono realmente indipendenti dal punto di vista alimentare. Il nostro compito è ridurre la percentuale di questa dipendenza. Se non lo facciamo, in tanti rischieranno la fame, la carestia, la sottomissione, il ricatto, la dipendenza. Coltivare la propria terra è un principio fondamentale di inclusione.